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domenica 12 maggio 2013

L'OROLOGIO DA CUCINA _ Wolfgang Borchert

Se lo videro venire incontro già da lontano, perché era un tipo che dava nell’occhio. Aveva una faccia molto invecchiata, ma da come camminava si vedeva che doveva avere solo vent’anni. Si sedette con la sua faccia da vecchio accanto a loro sulla panchina. E poi mostrò quello che teneva in mano.
 
Era l’orologio della nostra cucina, disse guardando uno per uno quelli che se ne stavano seduti lì al sole sulla panchina. Sì, l’ho potuto ritrovare. Lui si è salvato.
Teneva in mano davanti a sé un orologio da cucina rotondo e bianco come un piatto e ne toccava leggermente con le dita i numeri dipinti in blu.
Non che abbia valore, disse come scusandosi, lo so bene anch’io. E non è neanche particolarmente bello. Ha solo l’aspetto di un piatto, così smaltato di bianco. Ma trovo che i numeri blu ci stiano proprio bene. Naturalmente le lancette sono soltanto di latta. E adesso non funzionano nemmeno più. No. Di dentro è rotto, questo è certo. Ma sembra sempre quello di una volta. Anche se adesso non funziona più.
Con la punta delle dita, delicatamente, tracciò un cerchio lungo tutto il bordo del suo orologio-piatto. E disse sottovoce: e lui si è salvato.
Quelli che se ne stavano al sole sulla panchina non lo guardarono. Uno si osservava le scarpe e la donna guardava nella sua carrozzella.
Poi qualcuno disse:
Hai perduto tutto, eh?
Già, è così, disse lui lieto, ma pensi, proprio tutto! Solo questo si è salvato, questo qui. E sollevò di nuovo in alto l’orologio come se gli altri non lo conoscessero ancora.
Ma non funziona più, disse la donna.
No, no, lo so. È rotto, lo so bene. Ma per il resto è rimasto identico a prima: bianco e blu. E mostrò loro ancora il suo orologio. Ma quel che è più bello, continuò lui tutto eccitato, non ve l’ho ancora raccontato. Il più bello deve ancora venire: pensate, è rimasto fermo alle due e mezzo. Proprio alle due e mezzo, pensate.
Allora vuol dire che la sua casa è stata colpita certamente alle due e mezzo, disse l’uomo sporgendo con importanza il labbro inferiore. L’ho sentito dire spesso. Quando la bomba vien giù, gli orologi si fermano. Per la pressione.
Lui guardò il suo orologio e scosse la testa con aria di superiorità. No, caro signore, no, qui lei si sbaglia. Questa volta le bombe non c’entrano. Non deve sempre parlare delle bombe. No. Alle due e mezzo accadde tutt’altra cosa, solo che lei non lo sa. Il buffo è appunto questo, che si è fermato proprio sulle due e mezzo. E non alle quattro e un quarto o alle sette. Era proprio alle due e mezzo che io venivo sempre a casa. Di notte, voglio dire. Quasi sempre alle due e mezzo. Questo è appunto il buffo.
Guardò gli altri, ma quelli avevano distolto da lui i loro occhi. Non li incontrò. Allora fece un cenno al suo orologio: a quell’ora naturalmente avevo fame, non è vero? E andavo sempre difilato in cucina. Là erano quasi sempre le due e mezzo. E poi, poi ecco che veniva mia madre. Per quanto piano potessi aprire la porta, lei mi ha sentito sempre. E ogni volta che io cercavo qualcosa da mangiare nella cucina buia, s’accendeva improvvisamente la luce. Ed ecco che lei se ne stava lì nella sua giacca di lana e con una sciarpa rossa intorno al collo. E a piedi nudi. Sempre a piedi nudi. E sì che la nostra cucina aveva un pavimento in piastrelle. E i suoi occhi si facevano piccoli piccoli, perché la luce era troppo forte per lei. E perché aveva già preso sonno. Era notte, infatti.
Di nuovo così tardi, diceva poi. Di più non diceva. Soltanto: di nuovo così tardi. E poi mi scaldava la cena e mi stava a guardare mentre mangiavo. Sfregandosi sempre i piedi l’uno sull’altro, perché le piastrelle erano così fredde. Lei di notte non si metteva mai le scarpe. E rimaneva seduta accanto a me fino a che non mi fossi saziato. E poi la sentivo ancora mettere via i piatti, quando io nella mia camera avevo già spento la luce. Ogni notte era così. E per lo più sempre alle due e mezzo. Io trovavo del tutto normale che lei mi preparasse da mangiare in cucina alle due e mezzo di notte. Lo trovavo del tutto normale. Lo aveva sempre fatto, no? E non ha mai detto niente di più che: di nuovo così tardi. Ma questo lo diceva ogni volta. Ed io pensavo che sarebbe sempre stato così. Lo trovavo così normale. Era sempre stato così.
Per un attimo ci fu silenzio sulla panchina. Poi lui disse piano: e adesso? E guardò gli altri. Ma non poté incontrare i loro occhi. Allora disse nella rotonda faccia bianca e blu del suo orologio: adesso, adesso sì che lo so, quello era il paradiso. Il vero paradiso.
Sulla panchina c’era un gran silenzio. Poi la donna domandò: e la sua famiglia?
Lui le sorrise impacciato: ah, vuol dire i miei genitori? Sì, loro pure sono scomparsi. È scomparso tutto. Tutto, si immagini un po’ lei. Tutto scomparso.
Sorrise impacciato ora all’uno ora all’altro. Ma quelli non lo guardavano.
Allora sollevò di nuovo in alto l’orologio e rise. Disse ridendo: solo questo qui. Lui si è salvato. E il più bello è che è rimasto fermo proprio sulle due e mezzo. Proprio sulle due e mezzo.
Poi non disse più nulla. Ma la sua faccia era molto invecchiata. E l’uomo che gli stava seduto accanto si guardava le scarpe. Ma non le vedeva, le sue scarpe. Pensava continuamente alla parola paradiso.


Wolfgang Borchert

domenica 5 maggio 2013

Anni '60 in America: i giovani e il loro rapporto con la tv

Si levava a mezzogiorno, a lungo stava a pettinarsi davanti allo specchio, fumava, mangiucchiava burro d’arachidi e sardine, seguiva sulla tivù piazzata nel salotto di Sally Buck lo sgranarsi di migliaia di chilometri di film. La teneva accesa da mezzogiorno a un pezzo dopo mezzanotte. A starne distante, sia pure per breve tempo, era preda a confusione e disorientamento, sentiva un urgente bisogno delle immagini che l’apparecchio proiettava, soprattutto dei suoni che emetteva.
Herlihy, James Leo, Un uomo da marciapiede, Superbur Narrativa, 2000, p. 22
 
Durante la prima parte della serata [Benjamin] beveva solo birra mentre guardava la televisione e poi, quand’era passato un po’ di tempo e i suoi genitori erano andati a letto, di solito si versava un bicchiere di bourbon da bere mentre guardava i film che venivano proiettati quando finivano le commedie e i programmi di varietà. A volte, se non aveva ancora terminato di bere, restava seduto a lungo dopo la fine dell’ultimo film contemplando uno dei monoscopi o la fotografia di una bandiera americana che uno dei canali mandava sempre in onda dopo aver suonato l’inno nazionale e chiuso le trasmissioni. Un paio di volte si addormentò in poltrona […]. Ma di solito i film lo tenevano sveglio. Dopo qualche tempo, fu in grado di dosare accuratamente i sorsi di liquore in modo tale che, quando finiva il film, poteva posare il bicchiere vuoto, spegnere il televisore e andare di sopra […].
 
Webb, Charles, Il laureato, Oscar Mondadori, 1973, pp. 80-81

domenica 14 aprile 2013

A BOLSA DA SOLIDÃO _ Laura Esteves


LA BORSA DELLA SOLITUDINE

 Il rossetto chiarissimo
(non mi piace attirare l’attenzione)
la spazzola per capelli
con alcuni fili bianchi
(tinti di nostalgia)
la medicina per la pressione
(in caso di crisi, metterla sotto la lingua)
una lettera per metà
sbiadita dal tempo
la carta d’identità emissione 1960
(a 39 anni ero un figurino)
il mazzo di chiavi
la boccetta con l’acqua benedetta
il fazzoletto di cambrì
(com’era più bella la vita)
la penna bic senza tappo
(l’ho scordato in drogheria)
la tessera del CIC *
e il suo numero minaccioso
la foto dell’unico figlio
(in quella visita occasionale)
le medicine inseparabili
(che ironia – assumerle solo se si sente dolore)
il programma del Municipale
(mai più dopo essere diventata vedova)
la banconota da dieci real
la custodia dell’ombrello
la pubblicità di madame Dinorá
che lancia conchiglie**
e cura tutti i mali
(domani stesso ci faccio un salto)
tutto quello che ho in questo momento
e porto sempre con me
sia dove sia
la mia vita
il mio mondo
il mio animo
la mia mancanza d’amore.


*La sigla CIC sta per Cartão de Identificação do Contribuinte, il corrispettivo del codice fiscale italiano.
**Una delle tecniche divinatorie tipiche del candomblé consiste nel consultare le conchiglie di alcuni molluschi.
 
Traduzione a opera di Letalpecospiranoumidità della poesia "A bolsa da solidão" (di Laura Esteves)

venerdì 12 aprile 2013

A SINGLE MAN

Waking up begins with saying am and now. That which has awoken then lies for a while staring up at the ceiling and down into itself until it has recognised I, and therefrom deducted I am, I am now. Here comes next, and is at least negatively reassuring; because here, this morning, is where it had espected to find itself; what's called at home.
But now isn't simply now. Now is also a cold reminder; one whole day later than yesterday, one year later than last year. Every now is labelled with its date, rendering all past nows obsolete, until - later or sooner - perhaps - no, not perhaps - quite certainly: It will come.
 
 
Christopher Isherwood, "A single man"

venerdì 22 marzo 2013

EPILOGO

Viaggiò.
     Conobbe la malinconia dei battelli, i freddi risvegli sotto la tenda, lo stordimento dei paesaggi e delle rovine, l'amarezza delle amicizie troncate.
     Tornò.
     Riprese la vita mondana, ebbe altri amori. Ma l'insistente ricordo del primo glieli rendeva insipidi; e poi la veemenza del desiderio, l'integrità delle sensazioni erano perdute. Le sue ambizioni intellettuali pure erano diminuite. Passavano gli anni; e lui sopportava l'intelligenza sfaccendata, il cuore inerte.

Gustave Flaubert, "L'educazione sentimentale"

lunedì 11 febbraio 2013

FRAGILI EQUILIBRI UNIVERSALI

Trovare un significato a ciò che non ne ha. Detta così, può sembrare anche semplice. Cioè, ogni particella dell'universo ha un suo fine. In apparenza le zanzare non hanno senso, a che serve una zanzara? Non è commestibile, è fastidiosa, punge che ti fa venire le bolle, scientificamente bastarda quando lo fa tra le dita dei piedi e passi la notte a grattarti. Se ne potrebbe fare a meno, credo. La zanzara non serve a nulla.
Eppure, se esiste, un motivo ci sarà: farà parte di una catena alimentare, di un progetto ad ampio raggio, di un organigramma ben definito. Talmente ben definito che se sterminiamo la zanzara potrebbe, come conseguenza, estinguersi la razza umana.
Sai te che nei fragili equilibri universali contiamo più un cazzo noi della zanzara. Se così fosse, tutto ha un senso.
 
Gianluca Morozzi/ Heman Zed, "Lo scrittore deve morire", 2012
 

sabato 9 febbraio 2013

LO SCRITTORE DEVE MORIRE (la funzione defrost)

Vuoi sapere com'è nato "Freezer", Tanzi? Come forse sai, "Freezer" racconta di sentimenti congelati. Sentimenti che nascono, ma non maturano, non arrivano a compiere il loro ciclo naturale. Però neanche muoiono. Sono impossibilitati a farlo perché li si tiene in vita, in attesa che la funzione defrost li sciolga e possano così completare il ciclo. Per quanto tempo possono rimanere congelati? Questo non lo so. Tu prendi un po' d'amore o un po' d'odio o di pietà e li surgeli. Poi, al paro di un branzino o di una costata, non sai quando li tirerai fuori dal freezer per mangiarli e chiuderne il percorso. Può passare una settimana, un mese, un anno, nel frattempo ti dimentichi di carne e pesce perché sei diventato vegano ed ecco che il giorno della tua morte lascerai al mondo un branzino e una costata surgelati. I parenti consegneranno tutto all'inceneritore, ma tu, Tanzi, tu generico, chiaro, li hai condannati a non conoscere il defrost e di conseguenza gli hai negato il fine ciclo. Potrai mai perdonarti? Nel mio caso, finché sei in vita te ne sbatti, poi quando muori hai altro da pensare. Sì, convengo che il concetto non è semplice, l'ora è tarda e manca la lucidità, però ci siamo capiti, no? Ho usato apposta la metafora alimentare per spiegarti meglio.
 
Gianluca Morozzi/ Heman Zed, "Lo scrittore deve morire", 2012
 

giovedì 20 settembre 2012

NON SBATTERE LA PORTA QUANDO ESCI

“Non sbattere la porta quando esci”, questa l’espressione preferita di mia madre.
Potevamo non scambiarci una parola per tutta la durata del pasto, arrivare tardi a tavola o alzarci prima del tempo dalla sedia. Avevamo la facoltà di prendere e andarcene. Ma senza sbattere la porta.
Per mia madre lo sbattere della porta significava il venir meno ad un tacito accordo familiare. La soglia – della porta – era anche la soglia – del rispetto – che non era opportuno varcare.
Un giorno, ed era trent’anni fa, mio padre ci lasciò chiudendo fragorosamente la porta del soggiorno. Nell’istante stesso in cui vedevo la sua figura dissolversi al di là dell’ingresso, avevo la certezza che non sarebbe più tornato. Mio padre era “andato oltre” – la soglia. Spauriti, io e mio fratello ci tenemmo per mano sotto alla tovaglia. Quanto a mia madre, lei non ebbe alcuna reazione: fissava stoicamente la sua porzione di peperoni arrostiti.
Non so di preciso cosa passasse per la mente di mia madre in quel momento – nessuno ha mai saputo cosa pensasse mia madre – ma è un dato di fatto che, dal giorno dell’abbandono di mio padre, non mangiammo mai più i peperoni arrostiti. Per anni, in realtà, non li vidi nemmeno di sfuggita e questo mi doleva molto perché i peperoni erano i miei ortaggi preferiti. Solo molto tempo dopo – da adulto – avrei osato mangiarli nuovamente.
Mia madre era enigmatica come una sfinge, indifesa come un soffione in primavera e bella d’una bellezza virginale e illibata. Credo che abbia avuto un solo uomo nella sua vita e questi le aveva dato due figli – non desiderati ma neppure disprezzati. Dalla nascita di mio fratello ogni forma di amore doveva essere cessata tra di loro. Ovviamente le mie sono solo supposizioni, dal momento che in casa non se ne parlava, ma sono avvalorate dal fatto che da allora i miei genitori dormirono in letti separati.
Non diceva quasi mai nulla mia madre. Solo “Non sbattere la porta quando esci”. Perciò, forse, ebbero tanto peso queste parole nella mia infanzia e in quella di mio fratello. Per i primi tredici anni della mia vita, io evitai proprio di varcare la porta se non accompagnato da un adulto. Temevo la soglia dell’ingresso come il portale d’accesso ad un universo sconosciuto. Al di là della porta del nostro soggiorno, era l’Ignoto, dunque lo Spaventoso per un bambino.
Poi, al quarto anno del Ginnasio, uscii. Da solo.
Non scorderò mai l’impressione che mi suscitò il rivedere mia madre una volta tornato a casa. Dandomi le spalle, spazzolava i suoi lunghi capelli grigi (la mamma era giovane, ma come invecchiata prematuramente). Come una statua di sabbia, si pettinava i capelli impolverati. Vidi – ma fu questione di un attimo – il suo sguardo vacuo nel riflesso dello specchio che aveva di fronte. Mi parve di scorgere una patina spenta nei suoi occhi, ma probabilmente – pensavo – era il vetro fumé dello specchio.
Allora capii – di essermi salvato. Trovando il coraggio di uscire dalla porta mi ero anche guadagnato me stesso, la mia identità. Per i primi tredici anni avevo vissuto da segregato. In casa? No, nella paura di mia madre.
Ma una volta assaggiato il mondo esterno compresi che non era come mia madre lo aveva da sempre descritto a me e mio fratello. L’esterno non era il Male. Io me ne avvidi        quel giorno che frequentavo il Ginnasio. Mia madre percepì all’istante il cambiamento dentro di me: le bastò incrociare il mio sguardo nel riflesso dello specchio. D’allora non tenne più alto il viso in mia presenza, come vergognandosi di avermi mentito per molti anni e, al tempo stesso, giustificandosi con un “L’ho fatto solo per il tuo bene”. Del resto, con mia madre erano sempre silenti le parole.
Nella casa della mia infanzia regnava – il silenzio. Per questo mio fratello vulnerabilissimo veniva sgridato quando si lagnava per aver finito i pastelli colorati; per questo fino all’adolescenza non ascoltai musica; per questo i miei genitori tacevano anziché litigare; per questo vigeva la regola – sottaciuta – del “Non sbattere la porta quando esci”. 
 
È il dodici di maggio. Le forsizie – le piante predilette di mia madre – irradiano petali gialli. Una luce dorata e fragrante illumina il feretro che accoglie la mia genitrice. La cassa viene adagiata in un loculo e, a proteggerla, viene posta una lapide – sopra: la foto di mia madre radiosa (è una polaroid che conservavo in uno dei miei cassetti). Il volto della mia allora giovanissima mamma lanciava un vago sguardo a destra, come consapevole che un giorno sarebbe stata posta a fianco di mio fratello. A pochi centimetri, infatti, la nicchia dove giace lui: Geremia Saffi, morto a dodici anni. 
A tratti arriva il profumo dei tigli. Timidamente qualcuno mette la sua piccola manina nella mia. È il mio angelo, la mia bambina, la sola cosa al mondo che mi faccia sentire veramente fiero di aver varcato la soglia – della porta.
 
Maggio 2009

mercoledì 1 agosto 2012

PAULO LEMINSKI


Apagar-me

diluir-me

desmanchar-me

até que depois

de mim

de nós

de tudo

não reste mais

que o charme.

sabato 4 febbraio 2012

DADA



Dada è come le vostre speranze: niente.
Come il vostro paradiso: niente.
Come i vostri idoli: niente.
Come i vostri capi politici: niente.
Come i vostri eroi: niente.
Come i vostri artisti: niente.
Come le vostre religioni: niente.

Hans Arp

lunedì 31 ottobre 2011

STATUA FALSA __ Mário de Sá-Carneiro


S’indorano i miei occhi d’oro falso;
sfinge senza mistero nel ponente.
La tristezza di cose che non furono
scende dentro di me velatamente.

E il mio dolore spezza pugnali d’ansia,
bocci di luce in tenebra si mischiano.
Le ombre che io genero non durano,
come Ieri, per me, Oggi è distanza.

Ma in vista del segreto ormai non tremo;
niente m’accende d’oro o mi spaventa:
galoppa su di me la vita in guerra,
e non mi sfugge un brivido d’angoscia.

Stella ubriaca che ha perduto i cieli,
sirena pazza che ha lasciato il mare;
tempio deserto e ormai pericolante,
io, statua falsa eretta al vento...

Mário de Sá-Carneiro, 1913

giovedì 29 settembre 2011

ALLEGRO NON TROPPO

Trasalisco. Un incubo? Incerto – protendo il braccio destro verso il comodino, tentando, a tastoni, di trovare i miei occhiali. Le dita s’imbattono in qualcosa di soffice e polveroso; un pigro odore di fumo si leva. Devo aver messo la mano nel posacenere. 
 Mi arrendo. So che dovrei risolvermi ad alzarmi e tirare su le tapparelle, che dovrei lasciare libero il sole d’invadere la casa. Ma so anche che è domenica mattina – le dieci probabilmente – e questo mi dà diritto di rimanere ancora un po’ a letto. A pensarci bene, potrei restarci anche tutta la giornata – a letto. Potrei infilare la mia mano destra sporca di cenere sotto al cuscino e tenere gli occhi forzatamente chiusi fino a quando mi addormenterò. Si, potrei decidere di non vivere questa giornata.
Detesto ogni domenica. M’infastidisce l’immobilità imposta, lo stagnare dei sensi, il deteriorarsi degli stati d’animo. La domenica è uno sbadiglio lungo ventiquattro ore. È, anzi, lo spazio compreso tra il labbro superiore e quello inferiore della bocca che sta sbadigliando: aria, ora inspirata e fredda, ora tiepida ed espirata e, nel mezzo dei due momenti, aria immobile, inconsistente e fragile, praticamente – niente.
Questa giornata non possiede decisamente niente che la renda degna di essere vissuta. Perfino la noia si rifiuta di fare da comparsa. Sostiene che non valga la pena fare da ornamento ad una cosa tanto infima. Non credo che quello della noia sia pessimismo – quanto lucidità. Il tedio non è la bruma che camuffa le cose, ma la pellicola trasparente che le protegge facendole al contempo apparire più piacevoli e lucide.
Lucide come le stanghette degli occhiali che non riesco a trovare ma che dovrebbero dormire sul comodino. Con la testa affondata nel cuscino, sento di respirare a fatica: meglio, magari perderò i sensi e, al mio risveglio, sarà già lunedì. Nell’attesa – il naso schiacciato, la bocca aperta – elenco mentalmente quali buoni motivi avrebbe una persona qualsiasi per alzarsi dal letto di domenica mattina. Andare a messa… chissà quanti a quest’ora stanno giocando a carte col sonno durante la predica del prete! E quanti stanno guardando di sbieco la moglie che li ha trascinati in chiesa! Un tempo – non più di vent’anni fa – ero anche io un osservante. Poi compresi che per esserlo bisognava essere credenti e allora i miei rapporti con i culti religiosi cessarono.
Incontrare  l’amata: questa sarebbe una buona motivazione per sottrarsi alle coperte! E sarebbe anche una motivazione sufficiente per tornare sotto le coperte – ma con lei.
Chi possiede famiglia deve alzarsi di buon’ora per non dare il cattivo esempio ai più piccoli. Al risveglio si accompagna una ricca colazione che invoglierebbe qualsiasi bambino a svegliarsi presto.
Persino chi ha un cane deve uscire all’alba di casa – per portarlo fuori.
Sono arrivato alla conclusione che chiunque abbia delle responsabilità ha una domenica intensa. Allora io dovrei forse considerarmi un irresponsabile, dal momento che le mie domeniche sono piatte? O dovrei considerare piatte le mie domeniche, dal momento che sono un irresponsabile? Sono un irresponsabile, è vero, e lo sono perché nessuno dipende da me. Non ho compagna, né animali da compagnia... né compagnie di compagne che mi costringano ad andare in chiesa. Sono solo solo da solo.
È domenica mattina e l’unico suono che sento è quello del mio respiro soffocato dall’imbottitura del cuscino. No, non ho ancora perso i sensi – o forse sì e sto semplicemente sognando. Mi cola il naso e, se si tratta di un sogno, è davvero (im)pregnante. Ad avvalorare il realismo della situazione c’è anche che un rivolo di saliva sta lentamente sgorgando dall’angolo destro della mia bocca. Sono al buio, ma nella mente vedo già la federa rossa del cuscino diventare bordeaux nelle zone bagnate. È mattina e perché alzarmi se riesco a vedere la realtà stando sdraiato nel mio letto?
Col mio letto-a-vela ho navigato più mari di Magellano, e in minor tempo. Sono salpato alla volta del mar Rosso, del mar Giallo, del mar Bianco e del mar Nero.. e ho trovato quest’ultimo in lutto per il mar Morto. Sempre, prima di gettare l’ancora, ho pulito il mio veliero, in modo da non mescolare i colori. Ma ora è domenica e si pretende da me che abbandoni il mio ruolo di comandante.
Non voglio abbandonare la mia nave. È meglio viaggiare – con la mente – che vivere – con lamenti. È più gratificante sognare di viaggiare che farlo sul serio: non c’è bisogno di fare le valigie né di prenotare mesi prima. Inoltre hai la certezza di trovare bel tempo – sempre.      
Sì, è preferibile fantasticare sul come potrei trascorrere questa giornata, piuttosto che alzarmi dal letto e viverla.  
Che ore saranno? Le undici, ormai. Alla fine, cosa importa dell’orario? Cos’è l’ora? Quale potere possiede l’ora perché gli uomini le diano tanta importanza? L’ora è qualcosa di arbitrario che dovrebbe mettere d’accordo tutti. Io discordo: di domenica le mie ore sono lunghe tre volte quanto quelle degli altri. La lancetta del mio orologio impiega centottanta minuti per compiere un giro completo. Lo giuro – davanti a chi? Al tribunale dei vinti.
 Se fossi il giullare di una corte reale dispersa in un angolo remoto del mondo, sarei felice. Sarei realizzato, se potessi non possedere uno spessore maggiore di quello di una maschera. Rimbalzerei da un angolo all’altro della dimora del mio signore, cantando:
Sono la grande – mente
di un gran – demente.
Di segno in segno,
insegno disegno
e tutto ciò che provoco è
un casuale causare
danni d’anno in anno!
Tutti riderebbero per il mio linguaggio buffo; cosa importa se non è volto ad esprimere nulla? Nessuno si aspetterebbe da me un discorso serio – e spesso una sottovalutata bugia è meglio di una sopravvalutata verità.
Alletto a letto?
Vi piaccio di viso?
Diviso?!
No, in viso!
Inviso?
Giacchè sogno di essere un saltimbanco – e ne vesto i panni e ne assumo i sembianti di notte – io sono un saltimbanco. Sento parlare degli scienziati che fanno spedizioni in Antartide; sogno di prendere parte alle loro missioni, dunque sono anche io uno scienziato. Se nel museo del Louvre ammiro il San Sebastiano del Mantegna, sono io ad averlo dipinto, sono io anche il martire e provo dolore per le frecce che mi trapassano il corpo. Non deliro: tento di declinare le mie notti con le desinenze del giorno. 
È giorno ed è domenica. Le lenzuola opprimono il mio corpo alla maniera di un feretro. Sono sepolto vivo – sotto panneggi di cotone rosso; sento l’odore dell’incenso, ma probabilmente è solo quello dei mozziconi di sigaretta che riposano sul comodino. Trattengo il respiro e il ticchettio dell’orologio da parete è un mantra. Non sono ancora morto. Forse semplicemente interpreto la parte di un intellettualoide che si atteggia a poeta esistenzialista – e che, in realtà, è credibile solo agli occhi di chi è più mediocre di lui. Ma sono solo – in questa casa come nella vita – e recitare senza un pubblico sarebbe uno spreco di forze.
Di domenica sono in funzione meno treni rispetto al resto della settimana. Ho nostalgia delle stazioni: mi piacciono tutte e indistintamente tutte mi mancano in questo momento. Spesso mi ci reco fingendo di essere un viaggiatore. Trascino la mia valigia vuota fino al Café de la Gare; lì leggo il giornale sorseggiando un caffè lungo e amaro, poi consulto il tabellone delle partenze e, ostentando sicurezza, raggiungo il binario sette. Vado sempre al binario sette perché oltre quella piattaforma muoiono i treni merci. Giacciono dimenticati, lontano dallo sguardo dei passeggeri. A volte ho l’impressione che non esista mondo – al di là del binario sette. In un certo senso, la domenica è anche questo: l’ignoto ai confini della stazione, cimitero di carcasse di ferro accasciate su antichi binari. I giorni feriali sono come treni: hanno un tracciato prestabilito e trasportano la certezza che si raggiungeranno delle mete. Ma la domenica è paralisi delle intenzioni – e dubbio e tentennamenti. Ten…ten…ten… ten…na…men…ti.
Cos’è stato? Fuori – delle voci. Si vive – fuori. Il sole di domenica mattina è più irrispettoso del solito. Per sfuggire ai suoi raggi indiscreti potrei uscire stasera. Sì, dopo le venti i treni non circolano più oggi: potrei approfittarne per la mia passeggiata occasionale sui binari! Scarpe comode, torcia in mano – mi emoziona seguire il percorso ferrato dietro ai capannoni industriali; sentire lo scricchiolio sommesso dei ciottoli che accompagna ogni mio passo e assaporare l’aria densa e arrugginita della notte. Mi affaccio sulle piattaforme della stazione e provo un brivido di piacere – il piacere della trasgressione – nell’oltrepassare l’invalicabile linea gialla. Vivo tutti gli addii in sordina delle coppie che si sono dovute separare. Soffro per gli addii che non ho mai pronunciato e per i treni dietro i quali non sono mai corso per salutare un’ultima volta la persona che amavo. Piango per le occasioni sprecate – i treni persi.
Il treno regionale 725 di Trenitalia delle 8:01 proveniente da Piacenza e diretto ad Ancona è in arrivo al binario tre; ferma a Fiorenzuola, Fidenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Castelfranco Emilia, Bologna Centrale, Castel San Pietro Terme, Imola, Castel Bolognese, Riolo Terme, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Riccione, Cattolica, San Giovanni Gabicce, Pesaro, Fano, Marotta Mondolfo, Senigallia, Marzocca, Montemarciano, Falconara Marittima, Ancona Torrette...
Trasalisco. Un incubo? Incerto – protendo il braccio destro verso il comodino, tentando, a tastoni, di trovare i miei occhiali. Li afferro. Li indosso.
È lunedì.


Marzo 2009

sabato 3 settembre 2011

16 FEBBRAIO 2011

Fu quel dialogo
muto
avvenuto nel parcheggio
della stazione
– la raucedine
dei tuoi dubbi
inespressi
l’eco
delle mie atone
certezze.
Lo stile laconico
del nostro
silenzio
superava
in stringatezza
gli annunci ferroviari.
Accanto
eravamo estranei.
Alla mia
non domanda
rispondesti.
Trafiggendo le mie lacrime
– rispondesti
Non so
non so
se ci sarà
un’altra volta.

domenica 22 maggio 2011

LO STOLTILOQUIO

Fuori piove. Non è vero. Lo spavaldo sole di luglio corteggia le cime degli oleandri. Con languidi baci i fiori pallidi cedono alle carezze. Dentro piove; non fuori. Dalle pareti lapidee della mia stanza -  incredibile come l’afa estivo non le sciolga - trasudano gocce di ipocondria. Riluttante alla possibilità di sfiorare quei muri, giaccio al centro della camera, monoliticamente.  Concentrato sugli infissi della finestra aperta, mi obbligo a riflettere su qualcosa; a provare qualcosa. Apatia assoluta. Ritento. Fallisco ancora. Sono sempre stato cinico o è stato il tempo a plasmarmi? I ricordi appaiono indistinti e circospetti, quasi pudichi, eppure svergognati nella loro riservatezza. E se fosse stato il tempo a tramutarmi nell’automa che sono adesso? Il tempo…un susseguirsi di battiti di palpebre, la partita a dadi truccata tra la ragione e l’istinto, e alla fine niente di tutto ciò.
Fuori piove. Sto mentendo: è dal soffitto della mia stanza che piove -  malinconia. Se fossi meno pigro, raccoglierei la pioggia con dei secchi; se l’indifferenza non mi attanagliasse le gambe, agirei. Affastello scuse su scuse: se volessi davvero liberarmi, non rimarrei qui impassibile a crogiolarmi nella fissa inutilità della mia esistenza. Alighieri li ignavi li mandava all’Inferno; ma forse non sapeva che il loro Inferno era già sulla terra. C’è qualcosa di peggiore che vivere per inerzia? Probabilmente sì: la consapevolezza di vivere per inerzia (in questo caso, sarei il più misero degli uomini). Basta. Pensare stanca; interrogarsi affatica. Voglio solo ristagnare nell’acquitrino del mio romito talamo.
Fuori piove - che menzogna! Per anni non ho avuto il coraggio di osservare il cielo. Il suo contegno superbo mi metteva in soggezione, persino il suo colore bizzarro era come se si prendesse gioco di me. Dico “bizzarro”, perché un tempo il mio cielo non era affatto azzurro: altalenava, piuttosto, dal nero al vermiglio al malva… con sprizzi di biancastro. Ora esso non è altro che un telo monocromo dall’interiorità non superiore a quella di una pozzanghera, di una pozzanghera nella quale i bambini trovano poco allettante saltar dentro. Ma cosa si nasconde dietro a questo telo? Il panno mendace quale arcano dissimula? Dicono che tutti abbiamo dei segreti, che talvolta fatichiamo confessare - a noi stessi.
Fuori piove, anche se non è così. Sarei stato un artista. Se l’indolenza non me l’avesse impedito. Oppure sarei stato una lucertola, qualora non fossi nato uomo. Ho sempre provato una sorta di simpatia nei confronti di quelle appendici di terra; le lucertole sono i più esistenzialisti tra gli animali, a volte mi pare di capire quello che pensano (perché loro pensano). Sarei dovuto diventare un artista, perché sin da bambino mi sentivo “altro”. Ero il prototipo dell’osservatore modello, in quanto “estraneo” al mondo. Tuttavia, non ho mai tentato di capire in quale direzione dovesse svilupparsi la mia arte. In un certo senso, nulla è cambiato rispetto a un tempo: non ho mai visto niente, se non attraverso la mia finestra - come appaiono più vivi i colori da dietro il vetro! Gli infissi sono la cornice dell’istantanea perfetta, e i passanti rinomati attori della quotidianità.
Fuori piove, ma non oggi. Inerte macchia nera sulla tavolozza di un ebbro pittore, attendo (Godot forse?). Ma, in fondo, a cosa serve la speranza ad uno che non è mai stato altro se non lo spaventapasseri eretto al centro di un campo fangoso in una mattinata avvolta dal torpore della nebbia? Sto in piedi, è vero, ma non per merito mio. Direi piuttosto che siano bastoni e funi a sorreggermi. E fluttuo nel limbo cinereo di un’esistenza al confine tra desiderio e svogliatezza, galleggiando su un mare di sconforto, incerto se seviziarmi o blandirmi, eppure troppo fiacco per agire. Non mi sono mai illuso di vivere veramente; eppure sono esistito e lo faccio ancora, di questo non v’è dubbio.  Talvolta, tuttavia, mi sono chiesto dove fosse quella vita vera e chi mi avesse costretto a percorrere un sentiero così distante dall’impalpabile perfezione. Mi domandavo se io e la mia vita non avessimo viaggiato su strade parallele per tutto il tempo, ma senza mai incontrarci, senza mai conferire ai miei giorni quella serenità dorata che non osavano mendicare. In seguito mi è bastato guardare i miei occhi scialbi per trovare una risposta.
Fuori piove. Ma che dico? È dentro che piove. Eppure c’è stato un tempo in cui pure nella mia stanza splendeva la luce: anch’io ho amato, o almeno ho creduto di amare. Lei era una personcina insignificante che si vantava di possedere una collezione di nastri gialli per capelli. Non ho mai avuto il coraggio di confessarle quanto ritenessi inutile un tale passatempo; so solo che durante i sei mesi in cui ci siamo frequentati la mia vita è diventata a colori. Poi abbiamo cessato coi nostri svogliati amplessi divenuti più la confidenza del terrore di rimanere soli piuttosto che manifestazioni d’affetto. Avvinghiati insieme in quelle notti di gennaio, sigillavamo in freddi baci le parole che non osavamo dire, ma che entrambi comunque conoscevamo bene. Ancora oggi la vedo - quella misera portinaia - passare sbadatamente sotto la mia finestra, con le buste della spesa magari, o con delle riviste sotto un braccio. La osservo e non uno spasimo turba il mio volto – né il mio cuore. Penso che se tra di noi non ci fosse mai stato niente, non muterebbe quello che provo. Solo questo: beati i mediocri che riescono a vivere felici! Quanto più serena sarebbe la mia esistenza se sapessi collezionare nastri gialli!

Fuori piove. È una bugia. Hanno distribuito i copioni necessari per recitare il teatrino dell’esistenza. Io dov’ero? Perché sono rimasto senza? Per ora nessuno è venuto a dirmi di entrare in scena né mi sono state suggerite le battute. Si è aperto il sipario su una rappresentazione a me sconosciuta, resa peggiore da una sceneggiatura poco stimolante. La guardo, tuttavia, perché non posso fare altrimenti. E, giacché devo farlo, seguo questa farsa con la pignola minuzia di una massaia che dilisca il pesce per i suoi pargoletti. Se proprio non posso farne parte, che almeno recensisca lo spettacolo. Domanderei del regista, ma vociferano che da secoli ormai non si faccia più vedere. Tornerà a breve - dicono taluni -, non esiste alcun regista - ribattono altri. Le braccia lungo il corpo, attendo dunque, ancora una volta troppo inetto per non essere in balia della viltà.
Fuori piove – allegrezza; piange la mestizia dentro. Io, intorpidito d’esistenza e grondante indifferenza, scruto i miei pensieri tra le note del pentagramma di una realtà mono-tona. Pensare stanca, interrogarsi affatica, mi ripeto. E mentre gli oleandri ed il sole si abbracciano lussuriosi, mi chiedo se gli infissi della mia finestra si aprano verso l’interno (della mia stanza disadorna) o verso l’anelato mondo esteriore, quel mondo completo in cui tra i sedili del treno, nei mercati o nei bar è possibile incappare nella vera vita. Mi basterà svoltare l’angolo del mio palazzo per inciampare nella felicità? Sarà sufficiente una folla festosa a fare breccia nella mia noia e annientarla? Oppure la risposta deve venire da dentro di me? Non avere attitudine alla vita non è una colpa. Ingegnarsi per non avere nulla in comune con essa sì.
Fuori piove.

[Maggio2008]