Visualizzazione post con etichetta maschere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maschere. Mostra tutti i post

sabato 16 marzo 2013

LA CONQUISTA DELL'AUTONOMIA

Lasciate tutto.
Lasciate Dada.
Lasciate vostra moglie, lasciate la vostra amante.
Lasciate le vostre speranze e le vostre paure.
Dimenticate i vostri figli dove capita.
Lasciate la preda per l'ombra.
Lasciate se necessario una vita agiata, l'avvenire che vi propongono.
Mettetevi in cammino.

André Breton


giovedì 21 febbraio 2013

Desiderio, vanità e odio. Il ruolo del mediatore nel "desiderio triangolare"

L'esistenza cavalleresca è l'imitazione di Amadigi, come l'esistenza del cristiano è imitazione di Gesù Cristo. Noi chiameremo questi modelli mediatori del desiderio. Don Chisciotte ha rinunciato, in favore di Amadigi, alla fondamentale prerogativa dell'individuo: non sceglie più gli oggetti del suo desiderio, è Amadigi che deve scegliere per lui.
Emma Bovary desidera per il tramite delle romantiche eroine che le riempiono la fantasia; le mediocri letture fatte durante l'adolescenza hanno distrutto in lei ogni spontaneità. Gli eroi flaubertiani si propongono un modello e imitano, del personaggio che hanno deciso di essere, tutto quello che è possibile imitare, tutta l'esteriorità, tutta l'apparenza, il gesto, l'intonazione, l'abito.
Ma i personaggi di Flaubert e Cervantes imitano, o credono di imitare, anche i desideri dei modelli che essi hanno liberamente scelto.
Stendhal denomina vanità tutte queste forme di imitazione: il vanitoso non può attingere i desideri ai propri fondi personali, ma li prende in prestito da altri. Il vanitoso è dunque fratello di Don Chisciotte e di Emma Bovary.
Perchè un vanitoso desideri un oggetto, basta convincerlo che tale oggetto è già desiderato da un terzo al quale si attribuisce un certo prestigio. Nella maggior parte dei desideri stendhaliani, anche il mediatore desidera l'oggetto, o potrebbe desiderarlo: è appunto questo desiderio, reale o presunto, che rende l'oggetto immensamente desiderabile agli occhi del soggetto. Si tratta, in pratica, di due desideri concorrenti. Il mediatore non può fare la parte di modello senza contemporaneamente fare, o sembrar fare, la parte di ostacolo.
Lo slancio verso l'oggetto è, in fondo, lo slancio verso il mediatore. L'apparente ostilità del mediatore, lungi dall'indebolire il prestigio di questi, non può che accrescerlo. Persuaso che il modello sia a lui troppo superiore per accettarlo come discepolo, il soggetto prova nei confronti del modello stesso un sentimento lacerante formato dall'unione di due contrari: la venerazione più sottomessa e il rancore più profondo. È il sentimento che chiamiamo odio. Soltanto l'essere che ci impedisce di esaudire un desiderio da lui stesso suggeritoci è veramente oggetto di odio.
 
Riflessioni nate dalla lettura di Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard

sabato 9 febbraio 2013

LO SCRITTORE DEVE MORIRE (la funzione defrost)

Vuoi sapere com'è nato "Freezer", Tanzi? Come forse sai, "Freezer" racconta di sentimenti congelati. Sentimenti che nascono, ma non maturano, non arrivano a compiere il loro ciclo naturale. Però neanche muoiono. Sono impossibilitati a farlo perché li si tiene in vita, in attesa che la funzione defrost li sciolga e possano così completare il ciclo. Per quanto tempo possono rimanere congelati? Questo non lo so. Tu prendi un po' d'amore o un po' d'odio o di pietà e li surgeli. Poi, al paro di un branzino o di una costata, non sai quando li tirerai fuori dal freezer per mangiarli e chiuderne il percorso. Può passare una settimana, un mese, un anno, nel frattempo ti dimentichi di carne e pesce perché sei diventato vegano ed ecco che il giorno della tua morte lascerai al mondo un branzino e una costata surgelati. I parenti consegneranno tutto all'inceneritore, ma tu, Tanzi, tu generico, chiaro, li hai condannati a non conoscere il defrost e di conseguenza gli hai negato il fine ciclo. Potrai mai perdonarti? Nel mio caso, finché sei in vita te ne sbatti, poi quando muori hai altro da pensare. Sì, convengo che il concetto non è semplice, l'ora è tarda e manca la lucidità, però ci siamo capiti, no? Ho usato apposta la metafora alimentare per spiegarti meglio.
 
Gianluca Morozzi/ Heman Zed, "Lo scrittore deve morire", 2012
 

giovedì 24 gennaio 2013

COSTA MOLTO ESSERE AUTENTICA

Mi chiamano Agrado, perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri. Oltre che gradevole, sono molto autentica: guardate che corpo, tutto fatto su misura! Occhi a mandorla, ottantamila. Naso, duecento, buttate nell'immondizia, perché l'anno dopo me l'hanno ridotto così con un'altra bastonata. Lo so che mi dà personalità, però se l'avessi saputo, non me lo toccavo. Continuo. Tette, due, perché non sono mica un mostro! Settanta ciascuna, però le ho già super-ammortizzate. Silicone nei...
(Dal pubblico: Dove?)
Labbra, fronte, zigomi, fianchi e culo. Un litro sta sulle centomila, perciò fate voi il conto perché io l'ho già perso. Limatura della mandibola, settantacinquemila, depilazione definitiva col laser, perché le donne vengono dalle scimmie tanto quanto gli uomini, sessantamila a seduta, dipende da quanta barba una ha, normalmente da una a quattro sedute. Però se balli il flamenco ce ne vogliono di più, è chiaro. Bene, quello che stavo dicendo è che costa molto essere autentica, signora mia. E in questa cosa non si deve essere tirchi, perché una è più autentica, quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa.
 
Tutto su mia madre, di Pedro Almodóvar, 1999
 

lunedì 7 gennaio 2013

NON ESISTONO PUNK CON LE LENTIGGINI

Nei bagni coperti di graffiti del Mab origliamo le notizie: Ricky Sleeper è caduto dal palco durante un concerto, Joe Rees della Target Video sta facendo un film tutto sul punk, due sorelle che vediamo sempre al Mab hanno cominciato a fare marchette per pagarsi l'eroina. Sapere tutte quelle cose ci rende più simili a dei punk veri, ma non del tutto. Quand'è che una cresta finta diventa una cresta vera? Chi è che lo decide? E, quando succede, come te ne accorgi? Durante i concerti poghiamo sotto il palco. Ci spintoniamo e andiamo a sbattere e cadiamo e ci facciamo tirare su finché il nostro sudore si mescola con il sudore dei punk veri e la nostra pelle ha toccato la loro pelle. Bennie lo fa meno. Secondo me lui ascolta proprio la musica.
Una cosa che ho notato: di punk con le lentiggini non ce ne sono. Non esistono.
 
Jennifer Egan, "Il tempo è un bastardo"

venerdì 28 settembre 2012

AUTOPSICOGRAFIA - Fernando Pessoa


Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che giunge a finger che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quelli che leggono ciò che scrive,
nel dolore letto ben sentono,
non i due che egli ha avuto,
ma solo quello che loro non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, a intrattener la ragione,
questo trenino a corda
che chiamiamo cuore.


Fernando Pessoa, 1 aprile 1931

lunedì 20 agosto 2012

APPEARANCES LIE

Due vecchi gentiluomini, resi compagni dall’età e dalle idee, vanno a spasso e li vedo avanzare dal fondo di via Po, sotto il sole, conversando pacatamente. La via è deserta: i due poveri vecchi con la loro precaria presenza la rendono più ammonitrice. Che cosa si diranno, con quali argomenti consoleranno l’attesa di una partenza ormai inderogabile? Quando mi sono vicino, sento che uno di essi, commentando una descrizione dell’altro, conclude: «Insomma, se ho ben capito, sarebbe una specie di pancera».


Ennio Flaiano, “Diario notturno”, 1956

domenica 29 luglio 2012

Tales of the City



«Che cosa pensa dei quadri?»
La domanda la spiazzò. I quadri erano l'ultima cosa che notava ai vernissage. «Oh... uno stile molto personale. Sensibile, direi.»

Armistead Maupin, "I racconti di San Francisco"

sabato 28 luglio 2012

MU



C'è un giorno che ci esime
dal disturbo di giustificarci,
dai rigidi canovacci coreografici
di impossibili "a presto" e "arrivederci"



MU, Lorenzo Giuggioli

giovedì 29 settembre 2011

ALLEGRO NON TROPPO

Trasalisco. Un incubo? Incerto – protendo il braccio destro verso il comodino, tentando, a tastoni, di trovare i miei occhiali. Le dita s’imbattono in qualcosa di soffice e polveroso; un pigro odore di fumo si leva. Devo aver messo la mano nel posacenere. 
 Mi arrendo. So che dovrei risolvermi ad alzarmi e tirare su le tapparelle, che dovrei lasciare libero il sole d’invadere la casa. Ma so anche che è domenica mattina – le dieci probabilmente – e questo mi dà diritto di rimanere ancora un po’ a letto. A pensarci bene, potrei restarci anche tutta la giornata – a letto. Potrei infilare la mia mano destra sporca di cenere sotto al cuscino e tenere gli occhi forzatamente chiusi fino a quando mi addormenterò. Si, potrei decidere di non vivere questa giornata.
Detesto ogni domenica. M’infastidisce l’immobilità imposta, lo stagnare dei sensi, il deteriorarsi degli stati d’animo. La domenica è uno sbadiglio lungo ventiquattro ore. È, anzi, lo spazio compreso tra il labbro superiore e quello inferiore della bocca che sta sbadigliando: aria, ora inspirata e fredda, ora tiepida ed espirata e, nel mezzo dei due momenti, aria immobile, inconsistente e fragile, praticamente – niente.
Questa giornata non possiede decisamente niente che la renda degna di essere vissuta. Perfino la noia si rifiuta di fare da comparsa. Sostiene che non valga la pena fare da ornamento ad una cosa tanto infima. Non credo che quello della noia sia pessimismo – quanto lucidità. Il tedio non è la bruma che camuffa le cose, ma la pellicola trasparente che le protegge facendole al contempo apparire più piacevoli e lucide.
Lucide come le stanghette degli occhiali che non riesco a trovare ma che dovrebbero dormire sul comodino. Con la testa affondata nel cuscino, sento di respirare a fatica: meglio, magari perderò i sensi e, al mio risveglio, sarà già lunedì. Nell’attesa – il naso schiacciato, la bocca aperta – elenco mentalmente quali buoni motivi avrebbe una persona qualsiasi per alzarsi dal letto di domenica mattina. Andare a messa… chissà quanti a quest’ora stanno giocando a carte col sonno durante la predica del prete! E quanti stanno guardando di sbieco la moglie che li ha trascinati in chiesa! Un tempo – non più di vent’anni fa – ero anche io un osservante. Poi compresi che per esserlo bisognava essere credenti e allora i miei rapporti con i culti religiosi cessarono.
Incontrare  l’amata: questa sarebbe una buona motivazione per sottrarsi alle coperte! E sarebbe anche una motivazione sufficiente per tornare sotto le coperte – ma con lei.
Chi possiede famiglia deve alzarsi di buon’ora per non dare il cattivo esempio ai più piccoli. Al risveglio si accompagna una ricca colazione che invoglierebbe qualsiasi bambino a svegliarsi presto.
Persino chi ha un cane deve uscire all’alba di casa – per portarlo fuori.
Sono arrivato alla conclusione che chiunque abbia delle responsabilità ha una domenica intensa. Allora io dovrei forse considerarmi un irresponsabile, dal momento che le mie domeniche sono piatte? O dovrei considerare piatte le mie domeniche, dal momento che sono un irresponsabile? Sono un irresponsabile, è vero, e lo sono perché nessuno dipende da me. Non ho compagna, né animali da compagnia... né compagnie di compagne che mi costringano ad andare in chiesa. Sono solo solo da solo.
È domenica mattina e l’unico suono che sento è quello del mio respiro soffocato dall’imbottitura del cuscino. No, non ho ancora perso i sensi – o forse sì e sto semplicemente sognando. Mi cola il naso e, se si tratta di un sogno, è davvero (im)pregnante. Ad avvalorare il realismo della situazione c’è anche che un rivolo di saliva sta lentamente sgorgando dall’angolo destro della mia bocca. Sono al buio, ma nella mente vedo già la federa rossa del cuscino diventare bordeaux nelle zone bagnate. È mattina e perché alzarmi se riesco a vedere la realtà stando sdraiato nel mio letto?
Col mio letto-a-vela ho navigato più mari di Magellano, e in minor tempo. Sono salpato alla volta del mar Rosso, del mar Giallo, del mar Bianco e del mar Nero.. e ho trovato quest’ultimo in lutto per il mar Morto. Sempre, prima di gettare l’ancora, ho pulito il mio veliero, in modo da non mescolare i colori. Ma ora è domenica e si pretende da me che abbandoni il mio ruolo di comandante.
Non voglio abbandonare la mia nave. È meglio viaggiare – con la mente – che vivere – con lamenti. È più gratificante sognare di viaggiare che farlo sul serio: non c’è bisogno di fare le valigie né di prenotare mesi prima. Inoltre hai la certezza di trovare bel tempo – sempre.      
Sì, è preferibile fantasticare sul come potrei trascorrere questa giornata, piuttosto che alzarmi dal letto e viverla.  
Che ore saranno? Le undici, ormai. Alla fine, cosa importa dell’orario? Cos’è l’ora? Quale potere possiede l’ora perché gli uomini le diano tanta importanza? L’ora è qualcosa di arbitrario che dovrebbe mettere d’accordo tutti. Io discordo: di domenica le mie ore sono lunghe tre volte quanto quelle degli altri. La lancetta del mio orologio impiega centottanta minuti per compiere un giro completo. Lo giuro – davanti a chi? Al tribunale dei vinti.
 Se fossi il giullare di una corte reale dispersa in un angolo remoto del mondo, sarei felice. Sarei realizzato, se potessi non possedere uno spessore maggiore di quello di una maschera. Rimbalzerei da un angolo all’altro della dimora del mio signore, cantando:
Sono la grande – mente
di un gran – demente.
Di segno in segno,
insegno disegno
e tutto ciò che provoco è
un casuale causare
danni d’anno in anno!
Tutti riderebbero per il mio linguaggio buffo; cosa importa se non è volto ad esprimere nulla? Nessuno si aspetterebbe da me un discorso serio – e spesso una sottovalutata bugia è meglio di una sopravvalutata verità.
Alletto a letto?
Vi piaccio di viso?
Diviso?!
No, in viso!
Inviso?
Giacchè sogno di essere un saltimbanco – e ne vesto i panni e ne assumo i sembianti di notte – io sono un saltimbanco. Sento parlare degli scienziati che fanno spedizioni in Antartide; sogno di prendere parte alle loro missioni, dunque sono anche io uno scienziato. Se nel museo del Louvre ammiro il San Sebastiano del Mantegna, sono io ad averlo dipinto, sono io anche il martire e provo dolore per le frecce che mi trapassano il corpo. Non deliro: tento di declinare le mie notti con le desinenze del giorno. 
È giorno ed è domenica. Le lenzuola opprimono il mio corpo alla maniera di un feretro. Sono sepolto vivo – sotto panneggi di cotone rosso; sento l’odore dell’incenso, ma probabilmente è solo quello dei mozziconi di sigaretta che riposano sul comodino. Trattengo il respiro e il ticchettio dell’orologio da parete è un mantra. Non sono ancora morto. Forse semplicemente interpreto la parte di un intellettualoide che si atteggia a poeta esistenzialista – e che, in realtà, è credibile solo agli occhi di chi è più mediocre di lui. Ma sono solo – in questa casa come nella vita – e recitare senza un pubblico sarebbe uno spreco di forze.
Di domenica sono in funzione meno treni rispetto al resto della settimana. Ho nostalgia delle stazioni: mi piacciono tutte e indistintamente tutte mi mancano in questo momento. Spesso mi ci reco fingendo di essere un viaggiatore. Trascino la mia valigia vuota fino al Café de la Gare; lì leggo il giornale sorseggiando un caffè lungo e amaro, poi consulto il tabellone delle partenze e, ostentando sicurezza, raggiungo il binario sette. Vado sempre al binario sette perché oltre quella piattaforma muoiono i treni merci. Giacciono dimenticati, lontano dallo sguardo dei passeggeri. A volte ho l’impressione che non esista mondo – al di là del binario sette. In un certo senso, la domenica è anche questo: l’ignoto ai confini della stazione, cimitero di carcasse di ferro accasciate su antichi binari. I giorni feriali sono come treni: hanno un tracciato prestabilito e trasportano la certezza che si raggiungeranno delle mete. Ma la domenica è paralisi delle intenzioni – e dubbio e tentennamenti. Ten…ten…ten… ten…na…men…ti.
Cos’è stato? Fuori – delle voci. Si vive – fuori. Il sole di domenica mattina è più irrispettoso del solito. Per sfuggire ai suoi raggi indiscreti potrei uscire stasera. Sì, dopo le venti i treni non circolano più oggi: potrei approfittarne per la mia passeggiata occasionale sui binari! Scarpe comode, torcia in mano – mi emoziona seguire il percorso ferrato dietro ai capannoni industriali; sentire lo scricchiolio sommesso dei ciottoli che accompagna ogni mio passo e assaporare l’aria densa e arrugginita della notte. Mi affaccio sulle piattaforme della stazione e provo un brivido di piacere – il piacere della trasgressione – nell’oltrepassare l’invalicabile linea gialla. Vivo tutti gli addii in sordina delle coppie che si sono dovute separare. Soffro per gli addii che non ho mai pronunciato e per i treni dietro i quali non sono mai corso per salutare un’ultima volta la persona che amavo. Piango per le occasioni sprecate – i treni persi.
Il treno regionale 725 di Trenitalia delle 8:01 proveniente da Piacenza e diretto ad Ancona è in arrivo al binario tre; ferma a Fiorenzuola, Fidenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Castelfranco Emilia, Bologna Centrale, Castel San Pietro Terme, Imola, Castel Bolognese, Riolo Terme, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Riccione, Cattolica, San Giovanni Gabicce, Pesaro, Fano, Marotta Mondolfo, Senigallia, Marzocca, Montemarciano, Falconara Marittima, Ancona Torrette...
Trasalisco. Un incubo? Incerto – protendo il braccio destro verso il comodino, tentando, a tastoni, di trovare i miei occhiali. Li afferro. Li indosso.
È lunedì.


Marzo 2009

domenica 1 maggio 2011

VIVENDO LA PROPRIA AUTOBIOGRAFIA (filastrocca infelice)


Le piacevano i panini dolci
spalmarsi la crema sui polsi
le gocce di condensa sui vetri
i vecchi film di Elio Petri
scegliere i libri dall’odore oppure
dalla copertina - letture
da donna ancora bambina;
gli uomini sulla quarantina
con “un po’ di pancetta”
e con una maledetta
tendenza a farle male:
il tipo intellettuale
quello già sposato
il manager drogato
l’indeciso eterno.
Scriveva su un quaderno
dozzine di elenchi
ricette film eventi
o liste della spesa.
E con la radio accesa
nel periodo estivo
usava il detersivo
al limone ed altri estratti
ed il lavare i piatti
era un compito lieto
che l’animo suo inquieto
calmava per un poco.
La paura del fuoco
dei segni zodiacali
dei graffi sugli occhiali
della lingua inglese
- ché l’internazionalità è un dettaglio
l’italiano suona meglio.
Migliaia le battute
sulla maglia della salute
che portava quel santone
opinionista in televisione.
Per lo smalto andava matta:
lo metteva, ma, distratta,
con le unghie poi urtava
la credenza e giurava
ch’era l’ultima volta
che nemmeno morta
si sarebbe più imbellettata
le mani – esagerata!
Che tanto ci ricadeva
e ancora prometteva
di essere più attenta.
Non era mai contenta
dei voti dei suoi esami,
seppure i prof a sciami
le facessero la corte
con tonte manimorte
e lusinghe inconsistenti.
A tutti i pretendenti
rispondeva lo stesso:
“Se vuoi fare del sesso,
ci possiamo organizzare
ma il numero di cellulare
non lo lascio a nessuno.
Al tempo opportuno
semmai vedremo;
ora non pensarci nemmeno
e fammi divertire!”.
A furia di mentire
dimenticò chi fosse;
malata di pertosse,
lei trascurò le cure
(ometto le bassure
cui la condusse il male).
Martedì di Carnevale
si congedò dal mondo
e il gatto gemebondo
miagolò per settimane.
Nostalgia? No: fame.

giovedì 17 marzo 2011

PUNTO CRI(P)TICO

Doveva essere
un gioco
il capriccio
di una ventenne
il vizio
d’un attempato dongiovanni
addestrato a marito
L’errore?
Forse è stato
sopravvalutare
l’intemperanza
– ché gli scrupoli
non sono mancati!
è stato fingere
di conoscere
il copione
quando governava
l’improvvisazione
Qui lo ammetto:
dilettante
mi sincronizzavo
per la prima volta
con l’altrui vita
coniugale
Probabilmente
abbiamo sbagliato              
ad abbigliarci da amanti
(ché per tradire
ci vuol la stoffa)
Ai veri demoni
è estraneo
il rimorso
gradito l’affanno
mentre io fasciavo
il tuo capo
con le dita
ripetendoti
come un mantra
“La primavera
arriverà”.
Dove abbiamo errato
non indovino
– ma con cautela
si dirama il sospetto
che nessuno
in fondo
sia stato
lo sgarro.

lunedì 14 marzo 2011

Non mi concedi
il lusso
di dimenticarti
pretendi
che stiamo separati
comunicando
con un telefono
a barattoli
di latta
e il filo è trasparente
troppo
per stenderci
un bucato
di promesse
– poi sai bene
che i panni sporchi
si lavano in casa
a te
li lava
tua moglie
ma per quanto strofini
immacolati
non tornano
mai.

giovedì 3 marzo 2011

La prima volta che sono morta
avevo ventun anni
ricordi? – beffeggiavi
il mio essere
scolpita di ghiaccio
dal carapace
di una tartaruga
Mi salvò
il sorriso brasileiro
di Susana
il resto toccò
al cinema di Risi
e allo studio
compulsivo
La prima volta che sono morta
avevo ventun anni
Ai più
fu impercettibile
la mia dipartita
ed io eccelsi
talmente
nella simulazione
della quotidianità
che poco a poco
mi persuasi
della tua
inesistenza.

lunedì 24 gennaio 2011

DISAMORE

È quando incido
i polsi
che mi accorgo
di averti perso
– ma in quale fremito
quale sospiro?
Quali i baci
dissimulati
le carezze
contraffatte?
Orrore
che quei giorni
solo per me
fossero spensierati
– mentre non ha pace
chi ha contratto
il virus
del disamore.

da "L'avventura" di M. Antonioni, 1960

venerdì 14 gennaio 2011

Non ho fatto
che dire
anch’io
Per tutta una vita
anch’io
Talvolta
senza pensarci
anch’io
Fu anch’io
con Aldo
con Michele
con Francesco
anche
con Giovanna
fu anch’io
Anch’io di domenica
e nei giorni feriali
anch’io al bar  in metro
al telefono via e-mail.
Ora
che nemmeno io
credo più
in quell’anch’io
è me stessa
che tradisco
pronunciandolo.

giovedì 6 gennaio 2011

NELLA RETE

ANGEL90 scrive:
Ci 6?

CASANOVA87 scrive:
Hey piccola si sono online… stavo facendo un po’ di addominali.
Guarda il suo addome adiposo. La sua taglia 52 non gli è mai parsa tanto vergognosa.

ANGEL90 scrive:
Fico! E’ vero ke mi hai detto di avere un fisico da brivido! Dai mandami qualke tua foto.

CASANOVA87 scrive:
Bambolina lo farei… è ke non ne ho. Ma è da infarto quella ke hai messo come tua immagine xsonale… sei davvero sexy…

ANGEL90 scrive:
Ah si non è niente di ke...
Pensa di aver fatto bene ad utilizzare la foto della sua amica Martina invece della sua. Martina è formosa e non c’è ragazzo che non le faccia la corte.

CASANOVA87 scrive:
Senti ci bekkiamo in disco? Non dirmi ke non ti fidi di me sennò mi inca! E’ da ieri ke chattiamo.

ANGEL90 scrive:
Vai trà mi fido. Io doma sera vado alla Duna. Ti faccio uno squillo sul cell quando arrivo così ci vediamo.

CASANOVA87 scrive:
A buco! Va benissimo. Ora devo andare in palestra… un kiss tesoro.

Dal soggiorno rimbalza la voce di una donna: “Claudio amore, sei ancora al computer!? Basta lavorare. Senti piuttosto con che richiesta se n’è appena uscita tua figlia: vuole che la accompagniamo in quella discoteca domani sera… ma sì, quella Duna. Ora le spengo il portatile! Passa l’intera giornata a chattare con i suoi amici.”