martedì 4 giugno 2013

Word-for-word vs sense-for-sense translation

 
I did not translate [them] as an interpreter, but as an orator, keeping the same ideas and forms, or as one might say, the "figures" of thought, but in language which conforms to our usage. And in so doing, I did not hold it necessary to render word for word, but I preserved the general style and force of the language.
Cicero, 46 BCE
 
Now I not only admit but freely announce that in translating from the Greek - except of course in the case of the Holy Scripture, where even the syntax contains a mystery - I render not word-for-word, but sense-for-sense.
St. Jerome 395 CE
 
You must ask the mother at home, the children in the Street, the ordinary man in the market and look at their mouths, how they speak, and translate that way; then they'll understand and see that you're speaking to them in German.
Martin Luther, XVI century

venerdì 31 maggio 2013

TRANSLATION STUDIES



Translation is the most obviously recognizable type of rewriting and it is potentially the most influential because it is able to project the image of an author and/ or those works beyond the boundaries of their culture of origin.
 
 
Lefevere
 

martedì 28 maggio 2013

LA MARCHESA E' USCITA ALLE CINQUE

Scrivere e soprattutto pubblicare un'opera significa appellarsi al pubblico, significa rompere con un gesto unilaterale il rapporto di indifferenza tra sé e gli altri.
 
René Girard
 
 
 
 
Soltanto i mediocri e i geni osano dire "La marchesa è uscita alle cinque". Il talento puro e semplice indietreggia dinanzi a tale umiliante futilità o suprema audacia.


René Girard
 
 
 
 
Tutte le conclusioni romanzesche sono inizi.
 
René Girard


 

domenica 26 maggio 2013

I TRADUTTORI

 
 
Translators are privileged readers called on to understand the facts in a text and to feel its emotional connotations. That is why translators do not feel equally close to all texts.
 
 
 
Lederer

venerdì 17 maggio 2013

A SINGLE MAN: UN MESSAGGIO DI SPERANZA

C’è ancora un numero impressionante [di giovani] che si ostina a scrivere poesie, romanzi, drammi. Intontiti dal sonno, buttano giù qualcosa negli istanti carpiti fra una lezione, l’impiego a mezza giornata e i doveri coniugali. […] E da qualche parte, in mezzo alla schiavitù del dover essere, il folle poter essere sussurra loro di vivere, conoscere, sperimentare – cosa? Meraviglie. […] Qualcuno di loro ce la farà? Oh, certo. Almeno uno. Due o tre al massimo – tra le migliaia che tentano.
Là in mezzo, George prova una sorta di vertigine. Dio, che ne sarà di loro? Che possibilità hanno? Devo urlargli qui, ora, che non c’è speranza.
George sa di non poterlo fare. Poiché in un suo modo assurdo, inadeguato, involontario è un rappresentante della speranza. E la speranza non è falsa. No.

Christopher Isherwood, Un uomo solo
 

lunedì 13 maggio 2013

Should prostitution be State controlled? If so, why and what measures should be taken? If not, why not?

Prostitution is a problem society can’t turn its back. It has always existed and now the time has come for society to do something. The best alternative would be legalizing prostitution.
When we say that prostitution should be legalized, we have to specify what kind of prostitution we are talking about, for we know there are many types of it: street/ house prostitution, adult/ child prostitution, call girls (female escorts), gigolos (male escorts) and so on.
The prostitution that we think the State should legalize is the prostitution of consenting adults. There would be many advantages in controlling this activity.
First of all, the identification of the sex workers. Giving them an identity, the State can control their ages. For we don’t want to encourage child prostitution, the State should fix an age limit so that individuals under age 18 aren’t allowed to sell their bodies.
Moreover, getting prostitutes off the streets and offering them a place to work would  improve their safety. Street walkers are vulnerable to physical assaults; giving them a safe place to work in (a sort of brothel controlled by specific regulations, for example) would reduce the risk of aggressions and rapes. Legalizing prostitution implies an improved safety for the clients too. In fact, prostitutes would be health tested in order to avoid the transmission of STD (sexually transmitted diseases).
There would also be the possibility of birth control (we know that infanticide is very common among the sex workers): prostitutes may be given devices to prevent pregnancy.
Legalizing prostitution gives female prostitutes the possibility to choose whether they want to have children: if they do, they should be given a maternity leave, that is a paid time off work to care for their babies .
Controlling prostitution also means eliminating the pimp, that is to say a reduction of the organized crime.  If the adult consenting prostitution becomes a legal job, then prostitutes will be obliged to pay taxes. This will increase the State revenues.
In addition to this, prostitution can be defined as a public service. Sometimes it is the only way disabled people can have a sexual intercourse. But not only people with disabilities need to pay for sex: the number of people who go to prostitutes because they’re afraid of being judged is growing. Society is putting us under too much pressure and this has consequences on our private lives. We don’t allow ourselves to fail, we don’t want our partner to see we’re weak, because we always have to be on top of the situation. But a prostitute doesn’t expect anything from us, so we can’t disappoint her/ him.
To sum up, prostitution is the world’s oldest profession and it will probably exist forever. The time has come for the State to open its eyes and face this matter of fact. The best solution would be monitoring  prostitution, that is legalizing it.
 

domenica 12 maggio 2013

L'OROLOGIO DA CUCINA _ Wolfgang Borchert

Se lo videro venire incontro già da lontano, perché era un tipo che dava nell’occhio. Aveva una faccia molto invecchiata, ma da come camminava si vedeva che doveva avere solo vent’anni. Si sedette con la sua faccia da vecchio accanto a loro sulla panchina. E poi mostrò quello che teneva in mano.
 
Era l’orologio della nostra cucina, disse guardando uno per uno quelli che se ne stavano seduti lì al sole sulla panchina. Sì, l’ho potuto ritrovare. Lui si è salvato.
Teneva in mano davanti a sé un orologio da cucina rotondo e bianco come un piatto e ne toccava leggermente con le dita i numeri dipinti in blu.
Non che abbia valore, disse come scusandosi, lo so bene anch’io. E non è neanche particolarmente bello. Ha solo l’aspetto di un piatto, così smaltato di bianco. Ma trovo che i numeri blu ci stiano proprio bene. Naturalmente le lancette sono soltanto di latta. E adesso non funzionano nemmeno più. No. Di dentro è rotto, questo è certo. Ma sembra sempre quello di una volta. Anche se adesso non funziona più.
Con la punta delle dita, delicatamente, tracciò un cerchio lungo tutto il bordo del suo orologio-piatto. E disse sottovoce: e lui si è salvato.
Quelli che se ne stavano al sole sulla panchina non lo guardarono. Uno si osservava le scarpe e la donna guardava nella sua carrozzella.
Poi qualcuno disse:
Hai perduto tutto, eh?
Già, è così, disse lui lieto, ma pensi, proprio tutto! Solo questo si è salvato, questo qui. E sollevò di nuovo in alto l’orologio come se gli altri non lo conoscessero ancora.
Ma non funziona più, disse la donna.
No, no, lo so. È rotto, lo so bene. Ma per il resto è rimasto identico a prima: bianco e blu. E mostrò loro ancora il suo orologio. Ma quel che è più bello, continuò lui tutto eccitato, non ve l’ho ancora raccontato. Il più bello deve ancora venire: pensate, è rimasto fermo alle due e mezzo. Proprio alle due e mezzo, pensate.
Allora vuol dire che la sua casa è stata colpita certamente alle due e mezzo, disse l’uomo sporgendo con importanza il labbro inferiore. L’ho sentito dire spesso. Quando la bomba vien giù, gli orologi si fermano. Per la pressione.
Lui guardò il suo orologio e scosse la testa con aria di superiorità. No, caro signore, no, qui lei si sbaglia. Questa volta le bombe non c’entrano. Non deve sempre parlare delle bombe. No. Alle due e mezzo accadde tutt’altra cosa, solo che lei non lo sa. Il buffo è appunto questo, che si è fermato proprio sulle due e mezzo. E non alle quattro e un quarto o alle sette. Era proprio alle due e mezzo che io venivo sempre a casa. Di notte, voglio dire. Quasi sempre alle due e mezzo. Questo è appunto il buffo.
Guardò gli altri, ma quelli avevano distolto da lui i loro occhi. Non li incontrò. Allora fece un cenno al suo orologio: a quell’ora naturalmente avevo fame, non è vero? E andavo sempre difilato in cucina. Là erano quasi sempre le due e mezzo. E poi, poi ecco che veniva mia madre. Per quanto piano potessi aprire la porta, lei mi ha sentito sempre. E ogni volta che io cercavo qualcosa da mangiare nella cucina buia, s’accendeva improvvisamente la luce. Ed ecco che lei se ne stava lì nella sua giacca di lana e con una sciarpa rossa intorno al collo. E a piedi nudi. Sempre a piedi nudi. E sì che la nostra cucina aveva un pavimento in piastrelle. E i suoi occhi si facevano piccoli piccoli, perché la luce era troppo forte per lei. E perché aveva già preso sonno. Era notte, infatti.
Di nuovo così tardi, diceva poi. Di più non diceva. Soltanto: di nuovo così tardi. E poi mi scaldava la cena e mi stava a guardare mentre mangiavo. Sfregandosi sempre i piedi l’uno sull’altro, perché le piastrelle erano così fredde. Lei di notte non si metteva mai le scarpe. E rimaneva seduta accanto a me fino a che non mi fossi saziato. E poi la sentivo ancora mettere via i piatti, quando io nella mia camera avevo già spento la luce. Ogni notte era così. E per lo più sempre alle due e mezzo. Io trovavo del tutto normale che lei mi preparasse da mangiare in cucina alle due e mezzo di notte. Lo trovavo del tutto normale. Lo aveva sempre fatto, no? E non ha mai detto niente di più che: di nuovo così tardi. Ma questo lo diceva ogni volta. Ed io pensavo che sarebbe sempre stato così. Lo trovavo così normale. Era sempre stato così.
Per un attimo ci fu silenzio sulla panchina. Poi lui disse piano: e adesso? E guardò gli altri. Ma non poté incontrare i loro occhi. Allora disse nella rotonda faccia bianca e blu del suo orologio: adesso, adesso sì che lo so, quello era il paradiso. Il vero paradiso.
Sulla panchina c’era un gran silenzio. Poi la donna domandò: e la sua famiglia?
Lui le sorrise impacciato: ah, vuol dire i miei genitori? Sì, loro pure sono scomparsi. È scomparso tutto. Tutto, si immagini un po’ lei. Tutto scomparso.
Sorrise impacciato ora all’uno ora all’altro. Ma quelli non lo guardavano.
Allora sollevò di nuovo in alto l’orologio e rise. Disse ridendo: solo questo qui. Lui si è salvato. E il più bello è che è rimasto fermo proprio sulle due e mezzo. Proprio sulle due e mezzo.
Poi non disse più nulla. Ma la sua faccia era molto invecchiata. E l’uomo che gli stava seduto accanto si guardava le scarpe. Ma non le vedeva, le sue scarpe. Pensava continuamente alla parola paradiso.


Wolfgang Borchert